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Le parole della memoria

Ci sono parole che sono state bandite dal nostro vocabolario. Parole sconvenienti, ammesse solo in epoche remote quando il valore del linguaggio era reale, quando la “parola data” era più preziosa di un assegno in bianco.
Una di queste è “perdita”.


Nel nostro mondo cosiddetto civile non è consentito perdere, in alcun campo.
Perdere un anno di scuola, ad esempio, è un’onta inaccettabile per le famiglie. Piuttosto che ammettere la malavoglia o le difficoltà fisiologiche di un figlio, ci si barrica dietro definizioni alla moda e ad invadenti perizie psicologiche più dannose di una sana bocciatura.
Perdere tempo è una pratica vergognosa, concessa solo a viziosi fannulloni.
Perdere la vita, morire, è un vero e proprio tabù. Non è permesso parlarne, soffermarsi a ragionare e nemmeno troppo a dispiacersene.
Perdere è noioso, è démodé.
Perdere è per falliti, per inetti, per disperati.
Perdere è per gli ultimi, i reietti e i rinnegati.
Noi, esseri umani globalizzati, e quindi vincenti, non siamo preparati ad un’altra parola proibita: “privazione” che è la naturale conseguenza di una perdita.
Vivere “senza” è fuori da ogni nostra logica.
Senza mezzi, senza libertà, senza piaceri più o meno effimeri.
Eppure un metodo semplice ed istintivo per affrontare la perdita è alla portata di tutti: coltivare la memoria.

L’esilio diventa tollerabile nel rifugio dei ricordi.
Basta il profumo soffice della farina o lo sfrigolio dell’olio in una padella a riportarci nella cucina di nostra madre.
Un soffio di vento tiepido e il sole sul viso ci fanno quasi percepire l’aria salmastra del mare, e se chiudiamo gli occhi e ci concentriamo giunge leggero lo sciabordio delle onde.
E’ sufficiente scorrere un dito sul bordo del bicchiere e si torna indietro alle feste in famiglia, quando ai piccoli si dedicava un tavolo a parte perchè non interrompessero la pace dei grandi e le loro urgentissime diatribe.
I ricordi sono la vera salvezza del mondo.
Grazie alle emozioni sollecitate dalla mente si può sopportare la mancanza.
Il calore di una mano poggiata sulla fronte quando eri malato, la stretta lieve sul braccio mentre attraversavi la strada, il suono tintinnante di una risata nel silenzio di un corridoio, l’odore del muschio al limitare di un bosco, il latrato festoso del tuo cane mentre ti avvicinavi a casa e il rumore cadenzato di certi passi che riconosceresti in mezzo a milioni di altri.

Perdita, privazione, assenza, mancanza.
Non sono parole da cancellare, ma elementi pieni della nostra essenza.
Sono gli spazi vuoti che si accendono delle esperienze vissute e delle sfumature che hanno colorato il quadro della nostra vita, fino ad oggi.
Sono cavità del tempo dischiuse verso la luce, pronte a riempirsi di nuovi ricordi.
E noi siamo opere d’arte, anche grazie ai frammenti irripetibili della nostra memoria.

L’unico vero segno di superiorità che sono disposto a riconoscere è la bontà. Dove la trovo, lì è la mia casa.
Beethoven

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